Monumenti
Quando divenne parrocchia? Perché intitolata
all’apostolo Pietro? Il libro è chiuso e non s’è trovato ancora chi ne sciolga i
sigilli. La memoria documentaria non è lunga, perché non si spinge più giù del
secolo decimoquinto. Nemmeno nelle Rationes Decimarum del 1308-10, del 1325 e
del 1328 abbiamo trovato cenno alcuno né in riferimento al paese né in
riferimento alla chiesa. Quando parlano infatti di Airola, di cui Moiano era un
Casale, sintetizzano tutto nelle generiche espressioni: “Clerici Ayrole”
(1308-10), “Receperunt ab archipresbitero et Clericis castri Ayrole” (1325),
“Clericis Ayrole” (1328).
E’ certo però che già prima del 1476 la chiesa di S. Pietro era parrocchiale e
ne aveva la cura d’anime il sacerdote D. Antonio Mango, cui successe, proprio in
quell’anno, D. Nicolò Mango con Bolla del 9 dicembre. La prima notizia che ci
riporta all’Archivio Storico Diocesano di Sant’Agata dei Goti con la Relazione
di Santa Visita del Vescovo Gian Luigi de’ Luigi, è del 10 gennaio 1514. La dice
curata; ne riporta l’inventario della scacra suppellettile e dei beni
patrimoniali; ne indica il cappellano, D. Gesualdo de Baffo, che ha la
responsabilità della cura d’anime e il Rettore, per la cura dell’edificio sacro,
nella persona di Bartolomeo Capobianco, arcidiacono della Cattedrale di Sant’Agata
dei Goti e poi vescovo di Lettere (1540-47), nipote di Pietro Paolo Capobianco,
vescovo santagatese dal 1487 al 1505, che riterrà la carica fino alla morte.
Questa prima Relazione non ci dà, però, una
precisa descrizione dell’edificio che, anche se di modeste proporzioni, sembra
sia stato a tre navate. Infatti, nella Santa Visita del 1569 il segretario
annota che la parte mediana è ben “coperta pingis”, ma la parte destra è
scoperta e per l’acqua piovana che vi entra non è possibile tenervi il SS.mo
Sacramento.
Questa situazione di degrado non era nuova. Le stesse annotazioni le troviamo
nel 1534 e soprattutto nel 1546, quando il popolo protesta in data 25 novembre
perché dal 10 agosto vi si è dovuta sopendere anche la celebrazione della messa
festiva. Solo nel 1578 si faranno lavori di restauro tali da lasciare contento
il Visitatore del 1581 che annota: è coperta con coppi e canali, già tutta
completa e rifatta, ben comoda e con le necessarie porte. Nel 1521 vi era stata
costruita una cappella intitolata alla Santa Croce con giuspadronato della
famiglia de Luca, restando unica e sola fino ai restauri del 1578, quando,
abbattuta e non più riedificata, il Vescovo la trasferì a Bucciano nella chiesa
di Santo Spirito. Prese il suo posto la cappella di S. Leonardo, una volta
esistente accanto alla Porta di S. Angelo in Airola e dal vescovo trasferita a
S. Pietro. Anche questa rimane unica e sola fu verso la metà del secolo
successivo. A Partire dal 1521 sono attestati anche il battistero, il pulpito
per la predicazione, due campane nel piccolo campanile, e sopra l’altare
maggiore una icone di legno con la statua di S. Pietro dipinta e dorata. Nel
1569 viene ordinata la demolizione di questa icone perché vecchia e indecente e
la statua di S. Pietro trova sistemazione già nel 1572 in nicchia con pitture
all’intorno sempre sull’altare maggiore.
All’esterno accanto alla chiesa dal 1534 fino al 1572 c’è una piccola cappella
fatta costruire dalla famiglia Ferace in onore di S. Andrea Apostolo.
Nel 1631 l’edificio sacro, già vecchio e cadente, subì un radicale restauro e
ampliamento: “Reperit dictam ecclesiam ampliari et ad meliorem formam reduci…,
quod Ill.mus Dominus laudavit” (Ha trovato che la detta chiesa viene ampliata e
ridotta a forma migliore…, e di ciò Monsignore Illustrissimo ha avuto parole di
lode). E’ il vescovo Ettore Diotallevi, che nel 1613 aveva compiuto un atto di
saggezza pastorale e amministrativa unendo in perpetuo Rettoria e cura d’anime
in una sola persona.
Nella ristrutturazione le cappelle interne non sono prese in considerazione:
verranno una dopo l’altra in tempi e per necessità diverse. Nel 1633 vi si
trovano quella di S. Leonardo (che c’era anche prima) e del SS. Sacramento
(nuova), sita in fondo a destra di chi entra, all’altezza dell’altare maggiore
l’una e più giù l’altra. Nel 1636 vi si aggiunge sullo stesso lato quella di S.
Maria del Carmelo fatta costruire da D. Cesare Cotugno, ed è già pronto il vano
per la nuova cappella del Salvatore, la Concezione e S. Andrea ad opera del
chierico Gian Carlo Ferace con l’aiuto del parroco che aveva avuto in cessione
dallo stesso chierico la cappella di S. Andrea trasformata in sacrestia . Nel
1639 è detto che esso è già completo, e che è stato poi costruito anche un
altare-cappella in onore della Madonna dell’Arco per devozione di Agostino
Muollo.
Nel 1642 Beatrice Cotugno fa costruire la cappella di S. Maria della Grazia. Per
ultima viene la cappella del Purgatorio attestata nel 1654.
Poi la peste del 1656 e forse un nuovo degrado, fino al terremoto del 1688 che
la colpisce a morte il 5 giugno “ad hora 20” di quel tempo.
Nel 1692 le funzioni parrocchiali vengono trasferite alla chiesa di S.
Sebastiano e si ci mette alla ricerca di fondi per i necessari lavori. Le
offerte dei fedeli dovettero essere cosi abbondanti al presente e cosi
promettenti per il futuro, che si pensò di abbattere il vecchio e ferito
edificio e di costruirne sullo stesso sito uno nuovo più ampio e più bello.
Ma c’è un limite anche alla generosità dei fedeli, ben intenzionati che siano,
dinanzi ad un’opera di vaste proporzioni. Si lavorò sodo, si gettarono le
fondamenta, si innalzarono tutte le mura perimetrali fino a dieci palmi da terra
e poi fu necessario fermarsi. E fermi trovò i lavori nel 1701 il vescovo
Visitatore Filippo Albini. Ma l’opera è necessaria, e il vescovo esorta uno
degli Eletti, presente sul posto, di far proseguire i lavori e completare il
rustico con il contributo dell’Università.
Nel 1715 la struttura è completa. Mancano però altare, suppellettili e
decorazioni. Il popolo insiste perché venga benedetta, a il vescovo rimanda a
quando tutto sarà in buon ordine. E fu benedetta il giorno 8 marzo 1717 ad opera
di D. Nicola Gualtieri, nipote del vescovo e suo vicario generale.
Questa volta le cappelle laterali furono incluse nella progettazione, ma ridotte
di numero, quattro in tutto: SS.mo Sacramento, Purgatorio, S. Maria dell’Arco,
S. Leonardo. Le altre, con tutti i loro diritti e oneri, sarebbero rimaste
annesse o alla stessa chiesa o alle altre cappelle. Delle quattro, all’inizio ne
furono realizzate solamente due: SS.mo Sacramento e Purgatorio. Le altre
verranno in seguito.
Lungo tutto l’arco del secolo ci furono come una corsa per rendere la chiesa
sempre più bella e ricca di opere d’arte: gli altari laterali in marmo
intarsiato, la balaustra che chiude il presbiterio, l’altare maggiore maestoso
sulla struttura e solenne armonia, il battistero piccolo gioiello, le
decorazioni della cupola e del corpo della chiesa, gli stucchi, le tele.
Lo zelo e le molte sollecitudini di Mons. Liguori per questa chiesa – è il
Tannoia che scrive – avevano portato frutto anche dopo la sua assenza. Molte
opere infatti, a cominciare dall’altare maggiore, furono realizzate dopo il
1775, anno delle dimissioni del Santo.
Una lapide, murata alla base del campanile e datata 1822, dice che per quarant’anni
(cioè dal 1782, subito dopo la realizzazione del battistero) si erano raccolti
molti fondi nella popolazione e finalmente s’erano potuti costruire il campanile
e la nuova facciata.
Non essendovi già prima “ cosa che non spiri devozione e magnificenza”, la
Madonna della Libera la scelse come una sede per sempre. Regina di Moiano, non
poteva rimanere appartata e lontano dalla folla dei suoi devoti. Perla e
ricchezza vera dell’edificio sacro, è divenuta sempre più perla dei cuori. Per
lei nel 1904 fu costruita un’apposita cappella, da ricondurre ancora all’antico
splendore, come nel 1978 sta ritornando all’antico splendore tutta la chiesa,
arricchita anche di nuove artistiche vetrate e porta maggiore di bronzo, frutto
del popolo che lungo tanti secoli con la sua generosità ha saputo dare corpo e
bellezza alla sua fede cristiana.
Alla fine degli anni venti secolo XVI si ebbero un
po’ dappertutto epidemie e pestilenze. A Napoli ve ne furono due, una nel 1529
che, a dire dei cronisti, avrebbe fatto più di sessantamila vittime, e un’altra
nel 1530. Anche nei dintorni i paesi furono più o meno provati, e Moiano, in
provincia di Benevento non dovette fare eccezione. C’era stata inoltre e
permaneva tuttora gravissima la situazione degli “incurabili” affetti dal così
detto “mal francese” che dal 1498 mieteva vittime fra gli adulti i bambini e
persino fra gli animali. In circostanze di totale sgomento degli animi e di
completa impotenza della scienza medica che cosa si poteva fare contro quelle
invisibili quadrella che produceva piaghe e ferite mortali? Ci si affidava
all’aiuto divino e alla protezione dei Santi. E Santo apotropaico per la peste
era il soldato martire Sebastiano. Aveva avuto il corpo trafitto dalle frecce,
poteva quindi allontanare “il terrore della notte, la freccia che vola di
giorno, e la peste che si diffonde nelle tenebre, l’epidemia che devasta a
mezzogiorno”. Lo invocò anche Moiano, e dovette sperimentare la potenza della
sua intercessione, anche in tempi più remoti di quelli. Troviamo infatti – la
notizia è del 10 gennaio 1514 – la presenza di un piccolo ospedale, fatto
costruire da Petruccio Ioffredo De Luca , intitolato a S. Sebastiano, con una
piccola chiesa. Il modesto complesso è detto “nuovo”,”non ancora completato” e
che ha nella tribuna “solamente l’altare”.
La sua esistenza è attestata fino al 1650, mentre la chiesetta, denominata S.
Sebastianello, avrà più lunga durata. Un altro piccolo ospedale, intitolato a S.
Giovanni Battista, è presente dalla stessa data di cui sopra, fino al 1572,
accanto alla chiesetta dallo stesso titolo, il tutto proprietà di Giovanni
Tergano e suoi eredi,che si sono appropriati a utile loro dei molti beni
legatari. Dopo le epidemie del 1529 e 1530 viene costruita come ex-voto un’altra
chiesa pure intitolata a S. Sebastiano. La notizia , della santa visita del
vescovo Giovanni Ghevara fatta 1534, la dice “costruita con le elemosine e fino
a questo momento non ancora conferita a nessuno perché non possiede alcun bene
stabile”. Ne è primo procuratore Tommasello Iocolaro. Nel 1538 è detto che è
coperta a lammia e sull’altare maggiore
Vi è la statua di S. Sebastiano in legno dorato, e vi si celebra la messa una
volta la settimana per devozione dei fedeli. Accanto vi è anche un piccolo
ospedale per la cura dei malati e l’accoglienza dei poveri. Ma la chiesa,
elegante e ben ampia, non avendo solide fondamenta, è crollata “e ora si sta
cercando come rifarla”. Siamo nel 1601. Nel 1606 è annotato che la si sta
costruendo ex-novo e ancora una volta con le offerte dei fedeli. Nel frattempo
vi è stata fondata anche una congrega allo scopo di amministrare i beni, curare
il decoro, provvedere al culto,svolgervi le sue devozioni e praticare la
disciplina penitenziale. Nel 1626 viene costruito il coro con l’organo sopra la
porta d’ingresso con una spesa eccessiva – dice il testo - e di nessuna utilità,
per cui l’economo della confraternita, Petruccio Iocolaro, viene portato in
giudizio. Vengono poi un po’ alla volta costruite anche le cappelle interne
laterali : S. Filippo Neri (1633), S. Biagio (1636), S. Croce (1674), S. Gaetano
(1674). Nel terremoto del 1688 non fu danneggiata. La chiesa parrocchiale di
S. Pietro, invece, comincio a minacciare rovina, per cui il 12 settembre 1692 il
vescovo Giacomo Circi la interdisse. Egli stesso portò processionalmente il
SS.mo Sacramento a S. Sebastiano, dove ordinò di svolgere d’ora in poi tutte le
funzioni parrocchiali. Perciò – si ricava dalla Relazione del 1701 – l’edificio
sacro aveva dovuto subire alcuni adattamenti: a sinistra entrando era stato
posto il battistero e la cappella del Sacramento (trasferita da S. Pietro) con
la omonima confraternita che usa camici bianchi e mozzette rosse ; sulla porta
maggiore ancora in costruzione; il nuovo organo a canne, a destra entrando, pure
trasferito da S. Pietro, l’altare delle anime del Purgatorio com la omonima
confraternita con camici bianchi e mozzette nere, non ancora approvata però
dall’autorità ecclesiastica; dietro l’altare maggiore è stato disposto il coro
per l’Ufficio Divino, e la sacristia è ancora in costruzione; in due nicchie ai
lati dell’altare maggiore sono state poste le statue di S. Pietro e S.
Sebastiano; dietro, in fondo al coro, una tavola dipinta con la Vergine Maria,
S. Sebastiano, S. Rocco e S. Tommaso D’Aquino; al centro della chiesa il
cimitero per la sepoltura dei fedeli, e all’ingresso della porta una pila per
l’acqua benedetta sorretta da una colonnina; un campanile di forma quadrata con
due campane, (una di S. Pietro); un piccolo atrio a volta per riparare
l’ingresso e ornare la facciata. Nel 1705 l’organo è detto completato ed era gia
spettacolare anche senza l’indoratura; è dette completata pure la sacristia, a
destra dell’altare maggiore, a volta e col pavimento di mattoni. Veniva intanto
su la nuova chiesa di S. Pietro, e appena completata il vescovo Filippo Albini
ordina di riportare alla sede parrocchiale tutto quello che è di sua spettanza.
È il 30 maggio del 1717. Da allora fino ad oggi cambiamenti di rilievo nella
struttura dell’edificio sacro non ce ne sono stati. Dopo la fondazione e
soprattutto a seguito della peste del 1656, la chiesa venne arricchendosi di un
consistente patrimonio di beni mobili (capitali e legati di messe) e immobili
(fabbricati e terreni). Nella Relazione che apre l’Annale del 1786 (conservato
nell’archivio storico del Comune) si legge che la chiesa e l’amministrazione dei
beni fin dall’origine “furono in mano de’ preti” e che essi “niente curarono di
registrare, non rattrovandosi menomo indizio di loro passata amministrazione”.
Questo non è vero. Infatti, fin dalla fondazione l’amministrazione dei beni fu
nelle mani degli Eletti della Università. Contro di essi si levarono nel 1582 le
animose proteste del popolo, perché le rendite percepite se le dividevano tra di
loro come fossero stati beni personali, senza impiegarli per l’uso pio e per la
carità dei poveri, come di dovere. Viene stabilito, perciò, di eleggere subito
due Economi col compito di portare avanti l’amministrazione al posto degli
Eletti, di impiegare le rendite secondo le due finalità del luogo pio (il culto
e la beneficenza) e di rendere conto ogni anno della propria gestione. Questi
Economi, laici (a volte fu scelto anche qualche ecclesiastico), sono ugualmente
presi di mira, e ingiustamente, dall’anonimo autore della Relazione del 1976 di
cui sopra, che cosi scrive: “Quindi passò in mano de’ laici , e di questi pure,
o che vogliam dire per trascuragine, o per altro loro mal’inteso principio,
niente curarono di scrivere”. Essi invece amministrarono abbastanza bene il
patrimonio della pia istituzione, diventato un po’ alla volta veramente
cospicuo. La consistenza delle rendite e la buona amministrazione di esse
permisero alla chiesa S. Sebastiano di avere nella zona un ruolo abbastanza
rilevante non solo economico, sociale, cultuale e caritativo, ma anche di
promozione artistica e culturale. Abbiamo infatti già accennato alla
realizzazione dell’organo a canne, strumento principe per educare il popolo alla
musica, al canto e alla solennità della liturgia. E doveroso poi ricordare gli
stucchi delle tre cappelle ad opera dello scultore e regio architetto Gian
Battista Antonimi che li eseguì nel 1721; gli altari di marmo usciti intarsiati
e armoniosi dalle mani esperte del maestro marmoraro Carlo D’Adamo di Napoli,
nel 1730 l’altare maggiore e nel 1741 quelli delle cappelle S. Biagio, della
Santa Croce e del Rosario; le tele, di cui qualcuna risente del pregevole
influsso di Francesco De Mura. Ma la chiesa di S. Sebastiano è magnifica
sopratutto per i suoi affreschi. A parte quelli del soffitto, il quale nel 1701
e detto già dipinto, gli altri sono del pittore Tommaso Giaquinto, artista
allievo di Luca Giordano, nato a Montoro Superiore (AV) forse nel 1661, emigrato
a Napoli da giovane e di qui con moglie e figlia a Sant’Agata dei Goti, dove
lasciò la maggior parte delle suo opere, e morto a Napoli nel 1717, Li seguì in
due tempi ben distinti: nel 1703 quelli della navata centrale, e dopo il 1705
quelli della cupola e presbiterio. Tra tutte le scene vorrei chiedervi di
fermarvi a guardarne alcune in particolare. Dinanzi ad esse nel silenzio della
contemplazione vi sentirete invadere da fortissima emozione quasi fosse presenza
compartecipativa agli avvenimenti descritti e vi sembrerà di sentire o l’intenso
dolore provocato dalla freccia infissa nel fianco del Santo, o la mortale
amarezza di Giobbe piagato e solo come un appestato, o l’atroce tirannia del
male nella tragica descrizione della peste alla base della paradisiaca cupola.
Visitare questa chiesa, allora, è immergersi nelle vicende tristi e lieti di un
popolo; è tuffarsi nella sua memoria storica che il monumento al presente
visibilizza . Memoria storica di gente semplice e nello stesso tempo ricca di
sapienza e di valori. Memoria di una comunità cristiana: della sua fede, della
sua carità operosa, della sua generosità, del suo gusto del bello, che nelle
calamità anche più nere non si affievolirono, anzi crebbero di intensità e di
realizzazione. E questa è la storia di ieri, ed è anche storia di oggi.